Anche la “influenza A” è soggetta alle italiche guerre partitiche. I giornali vicini alla maggioranza la dipingono come fosse una modesta rinofaringite. Quelli vicini all’opposizione ne parlano con toni apocalittici. Evidentemente nulla è esente dalla dicotomia tra destra e sinistra. Neanche un’influenza…
Addio, Alda

Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che e’ passato
e’ come se non ci fosse mai stato.
Il passato e’ un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato e’ solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho gia’ visto
non conta piu’ niente.
Il passato ed il futuro
non sono realta’ ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacche’ non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.
ImHalal è il nuovo motore di ricerca per i musulmani, capace di filtrare i contenuti haram, cioè vietati dalla religione islamica. Per ogni ricerca, ImHalal mostra una scala di tre livelli di allerta: se l’esito è inferiore a tre, è possibile accedere ai risultati; altrimenti, ciccia.
«Rivendico la mia storia - spiega Mastella - rivendico il fatto che sono nato qui nel Mezzogiorno dove il bisogno è più marcato, dove ogni parlamentare o la maggior parte di noi ha problemi rispetto all’impatto con gente che non ce la fa e che ha sofferenze. Quando andremo davanti al tribunale farò vedere eventualmente le persone che ho segnalato e vedrete se ho segnalato ricchi o ho segnalato poveri»
Ma raccomandare i poveri è meno grave rispetto a raccomandare i ricchi?
La vera misura dell’autorevolezza è la quantità di stronzate che posso scrivere impunemente, prima che si sappia che sono un cretino.
Una e-mail che viene da Grandegnocca91 e mi propone di visitare un sito dove “ci stanno un sacco di film da guardare gratis”. Anche no. Grazie.
Sulla data del referendum, sui risparmi, sulla demagogia
In Italia, con i numeri, spesso non andiamo d’accordo. Emblematico è il caso delle manifestazioni di piazza a margine dei quali la Pubblica sicurezza attesta la presenza di 500 persone e gli organizzatori sono usi aggiungere a questo numero una manciata di zeri.
L’ultima “guerra di cifre” è quella sul costo del referendum elettorale – quello che alcuni hanno definito “Bossi tax”. La palla è stata lanciata dagli economisti de lavoce.info che hanno stimato il mancato accorpamento della consultazione referendaria con la tornata delle Europee in 400 milioni di euro. Poi, nella consueta asta al rialzo (anche in questo siamo imbattibili, noi italiani), la cifra è lievitata fino a 460 milioni.
“Soldi che potrebbero essere destinati ai terremotati d’Abruzzo”, tuonano da sinistra, impiastricciandosi la bocca di demagogia.
Facciamo un passo indietro…
I 400 milioni stimati da lavoce.info comprendono variabili di pura fantasia. Non già perché i redattori della bella testata giornalistica (forse l’unica forma di giornalismo esclusivamente on-line che, in Italia, funziona) intendano perorare questa o quella causa ma semplicemente perché le loro sono stime tipiche degli economisti, che non sempre coincidono con i fatti. Vediamo perché.
In quei 400 milioni ci sono circa 200 milioni di costi cosiddetti “indiretti”. Cosa sono?
127 milioni di euro è il costo del tempo impiegato dagli italiani per recarsi ai seggi due volte invece di una. Il tempo è denaro, si sa. E questo valore può essere stimato tenendo conto che l’esercizio del diritto di voto richiede circa mezz’ora della nostra vita, mezz’ora che “vale” 3,15 euro. Questa somma, moltiplicata per il numero degli elettori che hanno votato alle ultime Politiche, fa appunto 127 milioni.
Credo sia chiaro a tutti che questi 127 milioni non sono danari che uscirebbero dalle casse dello Stato se non si procedesse con l’”accorpamento”. E peraltro – si sa – alle Europee l’affluenza è sempre più modesta rispetto a quella delle Politiche (e dunque anche quei 127 milioni sono forse arrotondati per eccesso). In ogni caso, quei 127 milioni non finirebbero – in nessun caso – in Abruzzo (a meno che non si postuli che ogni elettore, per premiare lo Stato che gli ha tolto il disturbo di andare a votare una volta in più, non decida di versare – di tasca propria – 3,15 euro nelle casse della Protezione civile).
Altri 37 milioni di euro derivano, poi, dai costi sostenuti dalle famiglie che hanno figli che frequentano le scuole all’interno delle quali si vota. Si tratta del compenso versato alle baby sitter, per 4 ore di servizio, da parte del 33% delle 3 milioni di famiglie che – con le scuole chiuse – non possono occuparsi direttamente dei figli.
Anche in questo caso, dunque, quei 37 milioni non sono un costo pubblico ma un costo privato. Andrebbero a finire nei portafogli delle babysitter e, in nessun caso, ai terremotati. Peraltro: se si votasse assieme ai ballottaggi, quante scuole sarebbero ancora aperte, il 22 giugno?
Altri 37 milioni sono poi imputati a titolo di mancata produttività dei componenti degli uffici elettorali di sezione. Il discorso, a riguardo, è sempre lo stesso. Nessun costo diretto per lo Stato, nessuna possibile destinazione agli abruzzesi.
Insomma: i 400 milioni di euro sono ripartiti a metà tra costi diretti e costi indiretti. E solo i primi potrebbero essere concretamente risparmiati dall’Amministrazione dello Stato.
E risparmiare 200 milioni di euro sarebbe un peccato? Certo che no! Quei 200 milioni di euro andrebbero ai terremotati? Direi proprio di no. Ipotizzare che quanto speso per il referendum sia tolto alla ricostruzione in Abruzzo è pura demagogia. Lo comprendono tutti, oramai.
Ma quello che non può sfuggire ai politici (e oramai anche a noi elettori) è che la scelta della data del referendum è un’arma politica messa nelle mani del Governo. Niente vesti da stracciare, intendiamoci. Lo dice l’articolo 34 della legge n. 352 del 1970. Tutto qui. E chi sostiene che l’accorpamento sia anticostituzionale dice fesserie. Dice sciocchezze anche chi sostiene che l’accorpamento genererebbe difficoltà nella compilazione dei verbali delle operazioni di seggio. L’Esecutivo ha la facoltà di decidere la data della consultazione e, da sempre, esercita questa sua prerogativa a proprio vantaggio. Accade dal 1970. Ed è davvero deprimente vedere il tentativo di tirare in ballo chi ha vissuto la tragedia del terremoto: i nostri amici abruzzesi, con questa questione, non hanno veramente nulla da spartire.
Che dolce!
Sull'elusione
Ho trovato sorprendente (e a tratti surreale) la risoluzione n. 97/2009 dell’Agenzia delle Entrate (qui il pdf). Con il documento, l’Amministrazione risponde ad un interpello sulla scissione parziale proporzionale di società seguita da vendita di quote.
Il documento è interessante perché il magister delle tasse interviene sulla cosiddetta “elusione”, fenomeno sul quale il legislatore si è soffermato piuttosto poco (viene in mente l’articolo 37bis del DPR n. 600/1973).
Vediamo…
Innanzitutto, l’elusore è uno che “aggira” le norme. Non le “viola”, ma le “aggira”. Se uno, durante la strada, trova un ostacolo, cosa fa? Lo aggira, di solito. Non ci sbatte contro. Ma il Fisco fa eccezione a questa regola: proprio l’evitare di dare una facciata contro un ostacolo ti rende passibile delle più nefaste maledizioni.
Da notare, peraltro, che quanto “aggirato” è costituito dalle regolette che il legislatore e l’Agenzia hanno stabilito. In soldoni: non puoi far vedere che tu sei più in gamba di loro, altrimenti si arrabbiano. Un po’ come succedeva da bambini, quando si giocava e chi perdeva si metteva a strillare (e se il pallone era il suo se lo riportava anche a casa, stizzito).
Inoltre (rullo di tamburi, please), l’elusione è realizzata attraverso operazioni tese ad ottenere un risparmio d’imposta. Oh, ma che scandalo! Che vergogna! Che ignominia! Un risparmio di imposta? E dove mai si è visto?
Una volta in Italia si celebrava la giornata del risparmio, “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”, recita la Costituzione. Ma il principio vale a condizione che il risparmio non si trasformi in minori entrate per il Fisco. D’altro canto, come potrebbe permettersi il cittadino di risparmiare a danno dello Stato? C’è il risparmio buono e c’è il risparmio cattivo. Lo dicono quelli della Direzione Centrale Normativa e Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate, mica Pippo Franco.
Si ricorderà, a riguardo, che non è passato molto tempo da quando un Ministro (per fortuna silurato) ci aveva invitato ad accorre giulivi e gaudenti agli sportelli bancari, festanti nel versare quante più imposte possibili.
Ma non è finita. Perché - sempre secondo l’Agenzia - i comportamenti elusivi sono “disapprovati” dal sistema. Così il Fisco si veste anche degli abiti talari, quelli di quei preti che - un secolo fa - ammonivano i ragazzini a non praticare l’autoerotismo per mantenere sana la vista e glabri i palmi delle mani.
Viene, peraltro, da domandarsi quali sia questo “sistema”: il mio (così come molti altri) potrebbe dire cose diverse…
Da ultimo, il Fisco ci dà preziose legioni di gestione economico-aziendale, dicendoci quali siano (e quali, per converso, non siano) le “valide ragioni” che, se assenti, sono indice di elusione. Come se pagare meno tasse (senza violare, peraltro, la legge) non fosse una validissima ragione economica. Una volta c’era il salario, che qualcuno considerava una variabile indipendente. Ora c’è il Fisco, a quanto pare.